La prima volta si tira dietro una valanga di superlativi, aggettivi evocativi, iperboli che iniziano con storica impresa fino a sconfinare nel leggendario. Per chi le ha viste tutte, 35 anni e 32 giornate intrise di complimenti pelosi, pacche sulle spalle, impotenza e rospi puntualmente ingoiati fino a rischiare l’indigestione, quella della vittoria dell’Italia sull’Inghilterra è stata una giornata in cui non possono bastare i superlativi a saldare il conto con il passato. Come quel fantastico inizio del 1997, Dublino sotto alla neve e Grenoble sotto alle Alpi imbiancate, quando il Sei Nazioni era ancora un pensiero irraggiungibile e quella doppietta che sapeva di meraviglia ci fece credere arrivati, ma allora si era creata una incredibile connessione tra squadra, staff, stampa, si viveva da carbonari dello sport italiano e tutti insieme si era deciso di sognare un nuovo orizzonte.
L’impresa dell’Olimpico ha un sapore nuovo, perché per anni ci siamo detti ogni volta che la sfida proponeva avversari intrisi di rugby e tradizione «possiamo farcela solo se giochiamo oltre le nostre reali forze e loro beccano una giornataccia», e forse così è andata quel giorno dell’esordio a corte contro la Scozia al Flaminio, e poi a Edimburgo quando in 10 minuti Mauro Bergamasco, Robertson e Scanavacca misero a nudo la presunzione che ci dedicavano gli altri, o a Firenze per la prima contro il Sudafrica, stupenda e, forse, irripetibile. Ma quel giorno loro apparvero impresentabili e l’Italia oltre i suoi limiti, la stessa situazione che l’Italia sfruttò sempre nella dolce Firenze contro l’Australia e quel calcio spadellato da principianti a tempo scaduto dall’esordiente Donaldson.
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La storia dell’Italia del rugby si è srotolata intorno a un giorno da leoni e mille da pecora, tanto che una settimana dopo il successo sul Sudafrica arrivò puntuale la figuraccia di Padova contro Tonga. Il passato insegna e questa volta la sensazione è che finalmente ci si sia infilati dentro a un nuovo mondo, fatto di consapevolezza, continuità di rendimento, bontà delle prestazioni che vanno oltre il risultato.

>In copertina: Tommaso Menoncello segna la prima meta contro l’Inghilterra nel Sei Nazioni 2026 – ph. Silvia Lore/Federugby via Getty Images.
“Come quel fantastico inizio del 1997, Dublino sotto alla neve e Grenoble sotto alle Alpi imbiancate, quando il Sei Nazioni era ancora un pensiero irraggiungibile e quella doppietta che sapeva di meraviglia ci fece credere arrivati, ma allora si era creata una incredibile connessione tra squadra, staff, stampa, si viveva da carbonari dello sport italiano e tutti insieme si era deciso di sognare un nuovo orizzonte.”
Nei tre Tornei del nuovo corso l’Italia ha vissuto solo una giornata-ribaltone, quella dei 73 punti e delle 11 mete record, incassate a Roma dalla Francia. Anche quello ha fatto parte del percorso di costruzione di un gruppo e una mentalità nuova, un vero momento di rottura con le abitudini del passato.
Ecco che Cardiff diventa appuntamento cruciale per mettere in fila i pensieri, la verifica del cambiamento, non solo perché mai l’Italia ha vinto tre partite in una singola edizione del Torneo, ma perché ci arriva con gli occhi del mondo addosso, con la pressione di chi a questo punto è favorita contro il Dragone ferito, con le energie al lumicino dopo aver speso tanto nella sua nuova dimensione. E in questo nuovo scenario deve ancora imparare come muoversi. Non tanto tempo fa dopo aver festeggiato la vittoria sull’Inghilterra avremmo avuto la sensazione di aver vissuto una giornata irripetibile, di quelle su cui è stato edificato il nostro piccolo mondo ovale. Adesso la storia sembra essere cambiata, l’impronta di Gonzalo Quesada sul gruppo appare molto più profonda di quanto le nostre abitudini possano suggerirci. Forse è arrivato il momento di continuare a vivere giorni così. Sarà difficile, ma anche bellissimo, farci l’abitudine.


