Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Quasi una filastrocca marchiata a fuoco nella memoria di tutti fin dalla scuola elementare, periodo dell’apprendimento dedicato all’affascinante quanto talvolta criptica scoperta delle proprietà matematiche dell’addizione.
Per la partita di sabato a Roma tra Italia e Inghilterra, Steve Borthwick aveva deciso di dare una bella mescolata ai propri addendi sulla linea dei trequarti. Fuori Alex Mitchell e Ollie Lawrence per infortunio, out Henry Arundell, Freddie Steward, George Ford per scelta tecnica. Tommy Freeman riposizionato da ala a centro. Dentro Ben Spencer, Fin Smith, Seb Atkinson, Cadan Murley, Tom Roebuck, Elliot Daly.
I cambiamenti hanno avuto un effetto sulla gara. Difficile sapere che cosa sarebbe stato con la conferma dei giocatori in campo due settimane prima contro l’Irlanda a Twickenham, ma certamente alcune delle motivazioni che hanno portato lo staff inglese a mischiare così tanto le carte erano valide, per quello che si è potuto vedere all’Olimpico.
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La meta di Leonardo Marin, confezionata dal reparto arretrato azzurro al 72esimo minuto, ha però dimostrato la veridicità della proprietà commutativa.

L’Inghilterra, infatti, ha alcuni problemi indipendenti dai propri attori. Tra questi ve ne sono alcuni di natura difensiva. Lo dice la statistica rilevata da Opta per cui l’Inghilterra ha concesso solo 29 ingressi nei propri 22 metri alle squadre avversarie nelle quattro partite del Sei Nazioni, il numero più basso di tutti. Eppure ha anche concesso il maggior numero di punti per ingresso (3,2).
Ancor più nello specifico, chiunque ne faccia parte, la linea difensiva inglese tende a lasciare spazio sui lati del campo, in particolare su quello opposto al pallone dopo aver effettuato un calcio.
“Come quel fantastico inizio del 1997, Dublino sotto alla neve e Grenoble sotto alle Alpi imbiancate, quando il Sei Nazioni era ancora un pensiero irraggiungibile e quella doppietta che sapeva di meraviglia ci fece credere arrivati, ma allora si era creata una incredibile connessione tra squadra, staff, stampa, si viveva da carbonari dello sport italiano e tutti insieme si era deciso di sognare un nuovo orizzonte.”
Una circostanza che l’Italia ha cercato di sfruttare nelle occasioni che le sono capitate. Non molte, perché l’Inghilterra è una squadra forte nei duelli aerei e che sabato ha cercato di sfruttare al massimo questa sua qualità contro un’avversaria che invece episodicamente soffre quel tipo di situazione.
Inizia tutto con una rimessa laterale a favore dell’Inghilterra poco prima della linea di metà campo. L’Inghilterra mette in aria un primo box kick, recuperato da Monty Ioane. Fusco replica poco dopo dai propri 10 metri e Roebuck è bravo a schiaffeggiare la palla tra le mani di Daly, proteggendosi dall’assalto dello stesso Ioane. Al terzo calcio consecutivo l’Inghilterra recupera la palla in un punto d’incontro mal protetto dagli Azzurri, che hanno avuto qualche difficoltà a portare giù l’ovale

In copertina: Tommaso Menoncello vola in meta contro l’Inghilterra – ph. Stefano Delfrate
Malgrado un uomo in meno l’Inghilterra si trova in una posizione eccellente per fare male agli Azzurri. Al largo, fuori dallo screenshot, si aggiungerà anche Daly all’attacco inglese
È il momento in cui tutto sembra girare bene all’Inghilterra, perché quando Atkinson prova a giocare al piede un calcio-passaggio verso Murley viene stoppato da Marin, ma la palla carambola tra le mani di Bevan Rodd oltre la linea di difesa italiana. Ci vuole letteralmente un miracolo di Mirco Spagnolo sotto i pali italiani, appena fuori dai 5 metri dalla linea di meta, per recuperare un ovale potenzialmente letale: il pilone placca Chessum, rimane in piedi e va a cacciare la palla nel punto d’incontro, salvando i suoi.
Sul recupero Marin non ci pensa due volte a calciare lungo e in campo. Rincorrono l’ovale lui e Lynagh e mettono a terra Cadan Murley tra i 22 e i 10 metri del campo inglese. Ora tutti sono in apnea: la palla è in gioco da due minuti e si è andati da metà campo fin sotto i pali italiani, per poi tornare 70 metri più indietro. Jack van Poortvliet organizza con calma i suoi avanti, manda Ben Earl all’ennesima carica e poi torna a sparare in aria il pallone.
Il calcio, però, è leggermente lungo. Soprattutto per lo sprint di Murley, che dopo aver speso per rientrare sul calcio di Marin e aver dovuto resistere il più possibile al placcaggio degli avversari ha avuto una fase sola per rialzarsi, ripiazzarsi e ripartire alla massima velocità. Questo consente a Pani una ricezione agevole.
Qui scatta la lucidità degli Azzurri, che si riagganciano a quanto probabilmente visto e studiato nelle due settimane precedenti. La difesa inglese è stretta, l’ultimo uomo è ben dentro la linea laterale dei 15 metri.
Il crosskick di Garbisi non è perfetto, un po’ troppo piatto. Come nei due piazzati serviti a ricucire il break inglese è un calcio un po’ sbilenco, ma che arriva a destinazione.
Il resto lo fanno Monty Ioane, Tommaso Menoncello e Leo Marin, in un’azione memorabile che ha fatto già il giro del mondo, che dipende dalle qualità sovrannaturali del numero 12 italiano ma che non sarebbe arrivata senza il modesto contributo di un principio matematico, marchiato a fuoco nella mente di tutti i pargoli italiani fin dalle scuole elementari: cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.



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